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Ci sono uomini che non appartengono mai interamente al loro tempo: lo attraversano, lo bruciano, lo consumano, e infine ne restano ai margini, come esiliati di una verità troppo precoce. Pier Paolo Pasolini fu uno di questi. Morì nella notte di Ostia, ma cominciò a morire molto prima, nel momento stesso in cui comprese che la civiltà che amava — quella contadina, povera, innocente, ancorata ai ritmi naturali e ai legami elementari — era già scomparsa, inghiottita dal luccichio volgare del consumo e dall’omologazione televisiva.
Nessuno come lui seppe denunciare, con voce insieme lirica e disperata, la metamorfosi antropologica dell’Italia. Vide con anticipo che il nuovo potere non avrebbe più imposto catene visibili, ma desideri: un potere più sottile e feroce, capace di colonizzare le coscienze e di cancellare le differenze. Per questo fu scomodo, inascoltato, irriso e temuto. E per questo, più ancora che per le sue idee politiche o per la sua diversità sessuale, fu isolato.
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IL PIANO DI SIENA, LA LEZIONE DI SAN FRANCISCO
Monte dei Paschi, Mediobanca e il senso delle aggregazioni
C’è un’immagine che, forse più di altre, aiuta a leggere l’attuale fase del nostro sistema creditizio. È quella di Amadeo Peter Giannini, figlio di emigrati liguri in California, che all’indomani del terremoto di San Francisco del 1906 apriva il suo banco improvvisato su due assi poggiati a cavalli di legno, offrendo prestiti “come prima, più di prima”, senza garanzie, a chi volesse ricominciare. Giannini aveva capito ciò che il suo tempo non vedeva: la banca non è un fortino di carta bollata, ma un’istituzione sociale, un presidio di fiducia che tiene insieme comunità, lavoro, aspirazioni.
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